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voce registrata in un vecchio maniero

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salve a tutti,l'altro giorno io e la mia compagna stavamo visitando un vecchio maniero nei pressi di un faro marino..siamo tutti e due appassionati …

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Tale …

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Paranormale

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IL RISVEGLIO DELL’ EROE

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IL RISVEGLIO DELL’ EROE

Messaggio Da Francesca il 7/31/2015, 00:28

Vi è mai capitato di sentirvi stranieri alla Terra?
Vi è mai capitato di pensare che questo pianeta non sia il vostro pianeta di origine?
Di ricordare mondi multidimensionali dove il concetto di vita è armonico, espanso, radioso?
Di sentirvi stretti, troppo stretti, nel concetto di realizzazione della vita terrestre?
Forse, vi siete domandati se il vostro animo non si sia fatto suggestionare dalla visione di “Guerre stellari” o dalla lettura de “Il Signore degli Anelli”, ma la risposta esatta non è questa.
Vi capita di sentirvi così perché appartenete all’antichissima stirpe dell’Archetipo Galattico.
“Si può definire il destino come una forma archetipa che s’impone ad ogni essere al momento della sua nascita. Una volta decretata la forma, nulla la può più cambiare: essa discende nella materia per realizzarsi. Non serve a niente prendere precauzioni e sfuggire alle prove e alle difficoltà previste affinché “ciò che è scritto si compia”. L’unico modo di accordarsi con il destino, è considerare le difficoltà e le prove di questa esistenza come occasioni e risolverle. Certi che esse rappresentino per ciascuno di noi, il mezzo migliore per evolvere. “”
 Omraam Mikhaël Aïvanhov


 Gli Archetipi sono forme, essenze di base, stampi energetici che si imprimono in noi al momento della nostra nascita per ricordarci la nostra natura e la nostra provenienza. Gli Archetipi sono un “imprinting”, una funzione latente nella nostra memoria primordiale, che può essere contattata solo attraverso un’immagine simbolica. Sono energie rigeneratrici, vive e reali. Secondo C.G. Jung, sono modelli profondi, connaturati nella psiche umana e hanno un potere immutabile per tutta la vita: sono portatori di verità e di fondamenti, sono attivatori di energie e di potenzialità. Li scorgiamo nei sogni, nell’arte, nella letteratura, nei miti che ci appaiono profondi, commoventi, universali e, a volte, sono evidenti nel nostro stesso linguaggio corporeo.
Gli archetipi sono numerosi e ci distinguono l’uno dall’altro, nonostante all’apparenza fisica noi possiamo sentirci tutti uguali. Essi formano le strutture primarie di quella che viene definita la nostra Forma Mentis; indirizzano quindi il percorso dei nostri pensieri e le nostre attitudini mentali.
Esistono archetipi pregni di una visione razionalistisca del mondo; fissati in realtà atomiche, illuministiche, scientifiche; serrati nella tangibile realtà dei loro cinque sensi. La loro razionalità non è una scelta, ma l’impronta che il loro archetipo ha fissato al momento della nascita in segno della loro appartenenza energetica. È inutile, quanto dannoso, il tentativo di mostrare loro vie non razionalistiche, il loro archetipo non le riconosce. Quando due diversi archetipi si parlano, l’unica via possibile è l’accettazione delle reciproche differenze di visione del mondo e della vita; l’unica via sempre augurabile è quella del “Vivi e lascia Vivere”, ormai così poco percorsa in questa realtà sempre più schematica, che tutto restringe e tutto globalizza.
 
L’archetipo galattico non può essere ristretto, inglobato in un unico pensiero di realizzazione della vita sulla Terra; in un’unica visione, in un’unica legge e regola. Esso non potrà mai vivere ed esprimersi in un mondo fatto di idee logiche, di realtà tangibili, di commerci, di contratti, di tendenze all’oppressione o alla schiavitù. Esso nasce libero e la libertà è una sua necessità primaria. Libertà di essere, di pensare, di immaginare. Esso non vede il mondo, lo sente, lo sa. Esso ha il ricordo, la Minne, ed è questa l’energia che fa vibrare il suo DNA e gli da forma. Esso sa che la genetica terrestre non può nulla al cospetto della forza vibrante del creatore. Esso dunque non si sofferma semplicemente ad osservare il mondo, lo crea. Il suo universo è palpitante, parlante: colmo di esseri visibili e invisibili che insieme a lui partecipano alla creazione della vita e al compimento del proprio destino.



Per l’archetipo Galattico la Terra non è una materia da possedere e sfruttare; per Esso la Terra ha un nome ed un’essenza che potremmo definire anima. Per Esso gli uomini sono fratelli nell’universo stellare dalle mille forme e dalle mille differenze. Nel suo universo non è necessario pretendere che tutti siano uguali per creare una fratellanza, ed Esso non desidera dominare un altro essere, nello stesso modo in cui non desidera possedere la Terra.
In questo momento buio il nostro archetipo ci parla, ci chiama e ci esorta al risveglio. Esso è il faro che nascendo da noi ci indica la via che porta verso Venere, Sirio, la Stella del Mattino e delle Sera.
Esso ci parla da quella parte di noi che Freud ha definito Ego, ovvero quella parte di noi che ci fa considerare Altro rispetto agli altri esseri. Ma questa società è davvero insidiosa, perché quando sembra che riesca a superare la via del razionalismo, tenta comunque di incastrarci nei pensieri New Age che tutto mescolano e tutto confondono, invitandoci a percorrere una via “evolutiva” attraverso il sacrificio del nostro Ego, proprio quella parte più antica e più sacra di noi.

Non bisogna confondere l’Ego con i limiti della nostra personalità terrestre. L’Ego custodisce la Minne, la Memoria, il Ricordo di ciò che veramente siamo. L’Ego ci parla di noi e crea per noi visioni di mondi conosciuti e conservati nel nostro antico ricordo. L’Ego urla in noi, affinché ci muoviamo verso la necessaria liberazione dai confini e dalle illusioni di questo mondo, e della nostra personalità terrena.

Il Viaggio di molti Archetipi Eroi narra la separazione dalla famiglia o dalla tribù. È un viaggio simile alla separazione del bambino dall’utero di sua madre e simile alla separazione che l’Archetipo dell’Eroe dovrà compiere, allontanandosi dalla propria personalità terrestre per riuscire ad integrare in sé il Tutto. Questo viaggio verso il proprio Archetipo è l’unica via che consente il dispiegarsi e il fiorire del sé, non solo del sé cosciente ma anche di quello inconscio. Il risultato di questo viaggio non porta solo ad un rinnovamento del senso di stupore e di unità con il cosmo, ma ad una ridefinizione del pensiero magico: IMMAGINO e IN ME MAGO AGERE.
L’impossibilità di percorrere questo viaggio porta ad una perdita del senso della vita: la vita diventa priva dell’evoluzione di ciò che Jung chiamava “l’archetipo dell’individuazione”, della ricerca intesa come individuazione del sé.


IL DRAGO
La propria autorealizzazione.
E’ su questo che si gioca la nostra vita e, di conseguenza, la vita degli Archetipi. La trasformazione individuale che il destino ci impone nel percorso che ci porta verso i nostri Archetipi, richiedere il sacrificio della nostra attuale identità. Questo sacrificio potrà avere conseguenze diverse, a seconda che sia rifiutato o assecondato e investito di senso. Come in ogni rito di iniziazione-passaggio, il “ciclo ” deve essere percorso, con separazioni, prove e doni. Questo processo inizia generalmente con la lacerazione della nostra personalità terrena e con la sofferenza che ne consegue.

Il turbamento iniziale dell’individuo costituisce una sorta di “chiamata”. Questa energia che chiamandolo crea in lui un conflitto, viene definita: Il Drago. Se l’individuo non accetta la chiamata del proprio Archetipo-Drago e sceglie di nascondere a sé  stesso lo slancio che lo porterà verso la scoperta della propria vera identità e della propria vera interiorità, è perché questa scelta gli pare, in quel momento, l’unico sistema possibile per contenere le tensioni e i conflitti che la chiamata gli crea.
Egli sa che questa “forza” lo spingerà ad una nuova evoluzione e quindi ad una nuova vita. Questa forza dunque può apparirgli negativa, perché l’unica cosa che sa con certezza è che questa “forza” distruggerà la propria vita per come la conosce, e distruggerà sé  stesso per come si conosce fino ad allora.
La verità è che la forza del Drago non è mai negativa, per quanto possa spaventarci.
Per dirla con le parole di C.G. Jung :
Se l’individuo non ascolta la chiamata del Drago questa e’, a dirla schietta, una catastrofe, in quanto e’ un sacrificio volontario. Quando il sacrificio e’ volontario, non si ha solo un crollo, ma il sovvertimento di tutti i valori con la distruzione di tutto ciò che un tempo fu sacro.

Se l’individuo, invece, sceglie di ascoltare la chiamata del Drago, incontrerà sé  stesso. Incontrare sé  stessi non è però un’esperienza facile, né piacevole; per questo motivo generalmente spendiamo una buona parte delle nostre energie per  allontanarci da questa possibilità.
A volte però la vita, o il nostro stesso Archetipo ci impongono l’obbligo di affrontare questo confronto. Nell’immaginario collettivo questa capacita’ di confrontarsi continuamente con sé stessi e di essere responsabili delle proprie decisioni, e’ raffigurata da un Mito: il Mito di Ulisse.
Egli risponde alla chiamata del Drago e percorre il proprio destino. Il richiamo alla vita proviene dal proprio  inconscio e lo costringe a cercare, e seguire sempre la propria strada, obbligandolo a rimanere fedele a sé  stesso, nonostante il dolore arrecato a sé e agli altri.
Troncare gli affetti, voltare le spalle al mondo che  abbiamo costruito è terribile, perché non abbiamo nessun’altra giustificazione, all’infuori della fedeltà a noi stessi.
Tale modalità di agire l’individuo la potrebbe vivere come un tradimento,  ma  anche se non ne è pienamente consapevole, ciò che Egli tradisce, voltandogli le spalle, è il collettivo, e la società.

Quando l’Amore scorre tra due persone esse si appartengono e sono compagni di viaggio in questa vita, qualsiasi ruolo esse abbiano sulla Terra; allora il percorso evolutivo si affronta insieme, ed insieme la chiamata del Drago.
La percezione di tradimento, in questo contesto, va dunque intesa come il liberarsi dai lacci e dai vincoli che, sotto la maschera del dovere e della coerenza, nascondono il volto del conformismo e della paura di essere sé stessi. Rispondere alla chiamata del Drago, tradire la propria collettività per andare incontro a sé  stessi, porta alla conoscenza del proprio Archetipo e della parte più antica, più intima e più vera di noi. L’Eroe, per riuscire nel proprio intento deve rinascere,  deve penetrare infondo alle proprie origini per venire nuovamente alla luce, deve subire la trasformazione che lo farà accedere alla propria vera natura per farlo rinascere come un Altro.
Non è sicuramente una via che porta alla realizzazione del senso della vita sulla Terra,  quella strada che ci chiede continuamente di tradire noi stessi e il nostro diritto all’autorealizzazione.
Nessuno può imporre ad altri esseri umani tali sacrifici, perché nulla sulla Terra vale un tale sacrificio. Non importa da dove o da chi sia partita l’idea o l’intuizione iniziale della via del sacrificio; ciò che conta è che è sempre il Dominatore, il Prevaricatore, il Cannibale che chiede di sublimare il proprio egoismo nel sacrificio degli altri.
Ma cos’è l’egoismo e l’altruismo?
Per parlare di un argomento così semplice e allo stesso tempo così confuso e mal utilizzato nei tempi bui in cui ci troviamo, voglio ispirarmi a Lao Tzu. Egli indagò l’egoismo e l’altruismo ben 2.500 anni fa e la sua interpretazione, che rielaboro e riassumo di seguito,  è ancora oggi viva e fresca.

La ricerca di sé  stessi non è forse l’azione più egoista che un individuo possa fare al mondo? Certo che lo è. E si deve essere profondamente egoisti per dedicare il proprio tempo, la propria vita, alla ricerca di sé  stessi. Difficilmente questa società  distingue il sano egoismo: quello che ci porta alla scoperta di noi stessi, alla capacità  di amarci e salvaguardarci, dall’egoismo malato: che invece sorge solo e sempre per soddisfare bisogni di prevaricazione o necessità di martirio .La nostra società ci insegna che essere egoista è sbagliato per principio, e con la parola egoismo include tutto, tutti i generi di amore per sé  stessi, tanto che nella maggior parte dei dizionari la parola ego-ismo significa:atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sè stesso e del proprio benessere, persona chiusa e gelosamente attaccata ai propri beni materiali e spirituali. Mentre altru-ismo significa: colui che ama gli altri.
 Se l’etimologia ha la stessa radice, perché non è compreso nel senso di ego-ismo “colui che ama sé  stesso”?

La società in cui viviamo condanna a priori l’egoismo, inteso anche come amore per sé stessi,  tanto da non essere in grado di concepire il senso di questo termine in tutta la sua profondità e delicatezza; ma come fa una società nata per cannibalizzarci a chiederci di amare noi stessi?Così noi prendiamo tutto il concetto di egoismo e tentiamo di tenerlo lontano da noi, a costo di sforzarci di non-essere. Questo sforzo di non essere egoisti, ci rende ogni giorno di più, degli esseri innaturali e più tentiamo di non essere, più perdiamo il nostro centro e più siamo. La natura del nostro essere non è fatta per sopprimere pensieri, sensazioni ed emozioni.

Qualsiasi cosa tenterete di sopprimere risorgerà ancora più forte, perché la strada non è la soppressione, ma la comprensione, prima di tutto di sé stessi. Solo essendo così  egoisti da dedicarci all’amore  di noi stessi;  alla ricerca di noi stessi; alla nostra scoperta e alla nostra realizzazione, potremo trovare la strada che ci porterà all’autentico altruismo.
Abbandoniamo quindi il timore di essere Ego e la preoccupazione di essere egoisti, perché questi due erronei concetti sono i primi guardiani della soglia di chiunque tenti di liberare le proprie catene per andare incontro al proprio sacro e antico Archetipo.
Esiste un pensiero in questo mondo che dice che è sufficiente un numero limitato di noi per sovvertire la natura di questa realtà; per sovvertire il sacrificio in vita, il dovere in libertà, la mancanza in abbondanza, la malattia in guarigione. Questi sono tutti futuri possibili; sono onde quantiche che attendono di realizzarsi. Potrei citarvi i dati scientifici che provano la multidimensionalità della nostra realtà e la dinamica dei futuri possibili, ma non voglio. L’Archetipo Galattico non ha bisogno della scienza per sapere che la realtà è multidimensionale e che Esso è un creatore di futuri possibili; Esso sa che è così.
Questo pensiero dice che se sulla Terra c’è una popolazione di sette miliardi di persone, sono sufficienti novemila persone con un pensiero diverso, con una visione della realtà libera, pulsante, viva, per modificare i paradigmi di questa realtà.
Se il vostro archetipo vi ha chiamato, voi potete guardarlo in faccia ed iniziare a camminare con Esso. Iniziate a sentirlo. Iniziate ad ascoltare quello che all’inizio potrà sembrarvi il suo debole sussurro. Iniziate a visualizzare i costringimenti che le illusioni di questa realtà vi creano intorno e lasciate che si sciolgano, uno ad uno.

Questa realtà non esiste.
Nulla è come vi hanno raccontato. Iniziate a sollevare le teste e ad uscire dai vostri nascondigli perché uno di noi è arrivato alla base e ha urlato: “Tana, libera tutti!”.

da “Il Risveglio dell’Eroe” di Penelope Griffith

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Re: IL RISVEGLIO DELL’ EROE

Messaggio Da noctunomium il 7/31/2015, 16:59

Condivisibile francesca.
La maggioranza lo pensa e si interpellerà su queste questioni almeno cento volte pero credo che siano solo pochi di noi a volere infrangere le barriere dell'idiozia del comune senso del pudore egocentrico.
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Re: IL RISVEGLIO DELL’ EROE

Messaggio Da Eroe per Caso il 8/19/2016, 05:37

Credo di individuare un limite di Jung qui, insorge in lui un dualismo inaspettato, dedicando tempo e spazio a un Ego che in verità è sogno, illusione e parificabile alla "sete di vivere e sperimentarsi mettendosi in gioco", solo che il Gioco, l'azione e il vissuto che ne verrà si svolgerà in un sottopiano e mediante azione onirica e autoipnotica del Supremo Uno.
Non essendovi altro modo, strada e mezzo: c'è una sola personalità, senza mente e pensiero umano, non ne ha alcun bisogno, però a cicli ne ha come.. bisogno, allora istantaneamente apre gli occhi, si guarda e ..inizia a pensare.
D'altra parte Uno che si sveglia che cosa fa alla mattina? Se si svegliasse come da un lunghissimo sonno ristoratore ..per prima cosa si guarderebbe, e non essendovi specchi si guarderebbe il corpo, in questo caso un corpo non umano (e nemmeno divino), e da questo osservarsi inizierebbe a pensare. 
Cosi facendo crea una mente, ma una mente potentissima e quasi infinita quanto Lui stesso.
E' una azione classica, naturale, idonea, dato che Uno che è solo e da solo vive in eterno, mai creato e mai distrutto ne mai modificato da un qualcuno che gli sia secondo, inevitabile che, dopo un tempo senza-tempo di sonno ristoratore supercosciente Nidra, aprendo gli occhi pensi, si guardi e si metta in dubbio con domande.
Non essendovi nessuno in giro .. .. le domande le farà a Se Stesso, altro non può fare, si .. esiste anche l'impossibile nel perfetto, l'impossibile delimita qualsiasi Sistema perfetto matematicamente perfetto (cosa non raggiungibile dai calcoli matematici umani, se non in via approssimativa ... ma mai appunto ..perfetta e quindi veritiera, assoluta e certa).

Il Drago di Jung è la formazione dell'Ego dell'Unità Centrale, dell'Uno, ma di per sé non è cosa creativa e nemmeno un bellissimo obbiettivo: è solo una necessità dell'Eterno, una naturalità e sfogo, una via matematicamente naturale e sovrumana per autoconfermarsi: Sono io l'Eterno si o no?

E ciò deve essere a cicli cosi, e al Non Manifesto, gigante buono e pacifico, semplice ma potentissimo, cosi accade a "periodi alterni", nei quali lui non si sposta di Persona, ma crea e quini espelle infinite realtà tramite PENSIERO E VERBO (La sua Parola, sia mentale che vocale, non dimentichiamoci che respira e vive dove aria,acqua, fuoco e terra, elementi sostanziali della razionalità e del vissuto umano, non esistono, essi infatti sono un frutto e una produzione, prodotti che sono pensati e verbalizzati e che, tramite vibrazione corporea del fisico gigantesco dell'Uno, vengono gettati fuori dal suo corpo, in qualità di sfere di luce (anche loro molto potenti ma ..microuniversi unicellulari rispetto a Lui, nei quali è già maturo e quasi perfetto come il Brahman, uno Spirito Creativo, un asceta, un monaco .. un ATMAN con forma simil umana, simile a un dio creatore, che da dentro la sfera già da subito è maturo in potenzialità e creatività, e ha un grande desiderio di fare, agire, andare qui e andare là.. lontano dalla sua Origine Paterna..).

Questo è quanto replicato dai semidei (che da questo copiano e poi dimenticano pretendo di essere Dio, il Creatore e gli unici artefici) e dalle loro religioni stupide, seguite poi da umani e folle di persone incarnate o disincarnate .. ma sempre instupidite da false o mezze verità di altre mezze verità, fedi e miracoli e vicende. Vicende che sono sempre Astrali, racchiuse in una bolla, in una boccia, una ruota che sale e scende in modo dualistico: ciò che è detto Samsara per buddisti, induisti, zen, ecc..  una palla un sottoprodotto pensato e verbalizzato e poi rigetto fuori dall'Uno Permanente  

Quindi Jung mi stupisce in negativo affermando e soffermandosi su queste tesi davvero limitate per un Perfetto Risvegliato: io non so se lui abbia toccato il brahman, ma a questo punto, o per motivi economici (far libri, carrierismo, notorietà), o per non essere riuscito a svelare e sondare sino in fondo il Brahman .. lui non ha capito: o non c'è arrivato o c'è arrivato meno di 3 volte. Che è il numero minimale di volte per un Perfetto Risveglio dotato di 3 poteri ovvero di Triscienza sovrumana compiuta.

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Re: IL RISVEGLIO DELL’ EROE

Messaggio Da Eroe per Caso il 8/19/2016, 05:43

A questo argomento "alquanto fine" e del tutto incomprensibile e buio per razionalsiti, cazzari, mondani, gente senza cultura espansa nella Bodhi (intelligenza attiva superiore), vorrei aggiungere un altro tipico problema che riguarda lo scisma e la perversa dualistica creazione di moltissimi mastri di Buddismo e di Yoga Trascendentale, i quali hanno creato una divisione (scisma), rinnegando l'antico Yoga di Krishna e le Parole del Buddha Gotama (che è il DIO TRINO VISHNU), essi hanno formato e inventato l'assurdo buddismo mahayana


Con il termine sanscrito composto Mahāyāna (devanāgarī: महायान, cinese: 大乘S, dàchéngP, giapponese: daijō, tibetano: ཐེག་པ་ཆེན་པོ།, theg-pa chen-poW, vietnamita: Đại Thừa; coreano: 대승, taesŭng o dae-seung; Grande veicolo) si intende un insieme di insegnamenti e di scuole buddhiste che rifacendosi, tra gli altri, ai Prajñāpāramitā sūtra e al Sutra del Loto, proclamano la superiorità spirituale della via del bodhisattva rispetto a quella dell'arhat, quest'ultima proclamata nel Buddhismo dei Nikāya.
Il termine mahāyāna si compone dei termini sanscriti maha con il significato di "grande" e yāna con il significato di "veicolo", quindi "Grande veicolo" da intendersi come ciò che "conduce" gli esseri senzienti verso la liberazione spirituale.
Attualmente tutte le scuole buddhiste esistenti sono di derivazione Mahāyāna, fatta salva la scuola Theravāda, la quale non ha mai accolto la canonicità degli insegnamenti riportati nei sūtra mahāyāna.

Il termine "Mahāyāna" (Grande Veicolo) è comunque piuttosto tardo, probabilmente successivo alla stesura dei Prajñāpāramitā sūtra e alle prime stesure del Sutra del Loto. Forse persino successivo alla nascita della scuola Madhyamaka fondata da Nāgārjuna nel II secolo d.C. Le sue origini non sono certe.

La prima menzione di questo termine sembrerebbe apparire in una edizione del Sutra del Loto, ma il filologo Seishi Karashima[1] ritiene che il termine mahāyāna lì utilizzato sia una errata resa in sanscrito del termine gāndhārī mahājāna a sua volta resa del sanscrito mahājñāna ("grande conoscenza"). Quando il termine in lingua gāndhārī fu reso in sanscrito, per errore e forse perché condizionati dalla dottrina degli yāna (veicoli) riportata nella "parabola della casa in fiamme" inserita nel III capitolo del Sutra del Loto, fu reso come mahāyāna.

Tuttavia l'origine di questo termine resta controversa ed esso non compare nelle iscrizioni indiane prima del V-VI secolo d.C.[2].

È probabile invece che gruppi di monaci buddhisti che avevano accolto la canonicità degli insegnamenti dei Prajñāpāramitā sūtra e che convivevano nei monasteri insieme ad altri monaci che ne rifiutavano invece la canonicità, abbiano incominciato, dopo il II secolo d.C.[3], a denominarsi come seguaci del Mahāyāna (Grande Veicolo) indicando gli altri come seguaci dello Śrāvakayāna (Veicolo degli ascoltatori della voce, ovvero di coloro che fondavano la propria dottrina sulla comprensione delle Quattro nobili verità) e, successivamente, Hinayāna (Veicolo inferiore).

Gli storici del Buddhismo hanno elaborato diverse ipotesi sulla nascita degli insegnamenti mahāyāna. Richard H. Robinson e Williard L. Johnsons ritengono che i loro primi testi di riferimento, segnatamente l'Aṣṭa-sāhasrikāprajñā-pāramitā (Sutra della perfezione della saggezza in ottomila stanze; risale al I secolo a.C.), siano frutto di una reazione di alcuni monaci esegeti che rifiutavano l'impostazione degli Abhidharma delle scuole del Buddhismo dei Nikāya prodotti nello stesso periodo[4]. Questo rifiuto era motivato dal fatto che, a detta di questi primi monaci mahāyāna, gli Abhidharma tradivano l'insegnamento del Buddha dimenticandone gli aspetti essenziali.

Come rileva Paul Williams[5], i primi Prajñāpāramitā sūtra consistono essenzialmente in esortazioni agli altri monaci a non dimenticare alcune dottrine buddhiste, come la vacuità, già evidenziate negli Āgama-Nikāya e ritenute, in questi sūtra, a fondamento dello stesso Dharma buddhista.

È opinione di Paul Williams, che in questo richiama anche Heinz Bechert[6] che nonostante le differenze dottrinali con gli esponenti buddhisti non-Mahāyāna la nascita del Mahāyāna non sia comunque in alcun modo attribuibile ad uno "scisma" (saṅghabeda) all'interno delle scuole buddhiste indiane: "uno scisma non ha niente a che vedere con divergenze dottrinali, ma è il risultato di divergenze riguardanti la disciplina monastica".

Quindi per questi autori:

« Il buddhismo è un'ortoprassi, più che un'ortodossia. Ciò che importa è l'armonia del comportamento, non l'armonia delle dottrine »
(Paul Williams. Op.cit. pag.97)

A controprova di queste tesi Williams ricorda anche l'evidenza che non esiste un codice disciplinare (vinaya) Mahāyāna oltre al fatto che i pellegrini buddhisti cinesi recatisi in India[7] raccontassero nelle loro cronache di viaggio giunte fino a noi di come monaci mahāyāna condividessero con monaci non-mahāyāna, e in tutta tranquillità, gli stessi monasteri.

Condividendo gli stessi monasteri, lo stesso codice monastico e lo stesso comportamento monastico i monaci mahāyāna si differenziavano dai monaci non-mahāyāna unicamente per una diversa visione del fine ultimo del Buddhismo[8].

Sempre Williams in tal senso richiama l'opera di Atiśa, un dotto missionario indiano in Tibet dell'XI secolo, il Bodhipathapradīpa. In questa opera Atiśa suddivide i praticanti buddhisti in tre classi in base alle loro motivazioni religiose: nella prima sono collocati coloro che cercano di acquisire meriti per migliorare le loro esistenze presenti o future; nella seconda coloro che cercano di uscire dalla prigione del Saṃsāra guadagnando il Nirvāṇa conseguendo lo stato di arhat; nella terza si collocherebbero invece solo coloro che hanno come obiettivo religioso la liberazione della sofferenza per tutti gli esseri senzienti e che quindi mirano ad un Nirvāṇa superiore rispetto a quello degli arhat considerato 'inferiore' come la loro via spirituale (hinayāna). Il Nirvāṇa di questi, detti i bodhisattva, è indicato come "non dimorante" (apratiṣṭhitanirvāṇa) ovvero oltre la dualità tra Saṃsāra e Nirvāṇa e che non abbandona gli altri esseri senzienti nella sofferenza.

« Il punto determinante che rende seguaci del Mahāyāna non è quindi l'abito, le regole monastiche o una filosofia: è la motivazione, l'intenzione »
(Paul Williams. Op.cit. pag.99)

In questo senso

« il termine Mahāyāna è usato semplicemente a scopi pratici. È un 'termine gruppo' che raccoglie una gamma di pratiche e di insegnamenti non necessariamente identici fra loro, e forse neppure compatibili. Il Mahāyāna non costituisce una scuola di buddhismo. Gli manca l'unità necessaria »
(Paul Williams. Op.cit. pag.101)

Atteso che inizialmente il Mahāyāna sembra condividere gli stessi luoghi di pratica del Buddhismo non-Mahāyāna occorre chiarire quando queste due correnti buddhiste si separarono. Dopo un'accurata analisi dei reperti archeologici disponibilie Gregory Schopen[9] conclude:

« Siamo in grado di ritenere che ciò che oggi chiamiamo Mahāyāna non iniziò a emergere come gruppo separato e indipendente sino al IV secolo »
(Gregory Schopen. Op.cit. pag.15)

Quindi, fatto salvo una iscrizione epigrafica scoperta nel 1977 che fa riferimento al Buddha mahāyāna Amithāba nonché di una iscrizione che menziona l'esistenza di "tre veicoli" (yāna) rinvenuta a Charsadda e risalente al 55 d.C.[10], non ci sono prove di una "istituzione" mahāyāna separata dalla restante comunità prima del IV secolo, nonostante sia evidente per gli studiosi che la letteratura scritta che va sotto l'alveo dottrinale mahāyāna fosse già presente in India da diversi secoli. Paul Williams ritiene improbabile una presenza della letteratura Mahāyāna prima della stesura per iscritto della letteratura buddhista riguardante gli Āgama-Nikāya ovvero prima del I secolo a.C.[11], contro questa ipotesi si pone Tilmann Vetter[12] per il quale vi sarebbero prove evidenti di una trasmissione orale del più antico materiale Mahāyāna.

Se quindi c'è generale consenso tra gli studiosi nel ritenere che le prime opere scritte contenenti dottrine mahāyāniste compaiano nei secoli a cavallo della nostra Era e che, fatto salvo casi sporadici, non siano presenti rilevanze archeologiche che testimonino una presenza istituzionalizzata del Mahāyāna se non a partire dal IV secolo, resta da comprendere l'origine del movimento mahāyānista che si diffuse lentamente nei monasteri buddhisti.

Akira Hirakawa[13] ritiene che tale movimento sia di origine prevalentemente laicale e legato al culto degli stūpa. Schopen è di tutt'altro avviso notando che le iscrizioni archeologiche sono quasi tutte monastiche, concludendo che:

« Il Mahāyāna era un movimento dominato dai monaci »
(Gregory Schopen. Two problems in the history of Indian Buddhism: the layman/monk distinction and the doctrines of the transference of merit. In Studien zur Indologie und Iranistik. 1985, X, pag.26)

Anche Paul Harrison[14] e Sasaki Shizuka[15] ritengono che il movimento mahāyānista sia di stretta origine monastica.

Paul Williams ricorda come i recenti lavori di Paul Harrison sui frammenti della letteratura mahāyāna nonché i suoi antichi sūtra conservati nel Canone cinese, e solo recentemente studiati, nonché le conclusioni degli studi archeologici effettuati da Gregory Schopen, possano far concludere che il nucleo centrale del Mahāyāna sia certamente monastico e che il punto centrale del Mahāyāna primitivo corrisponda all'aspirazione della perfetta buddhità ovvero al voto del bodhisattva da contrapporre a coloro che seguivano un sentiero 'inferiore' mirando alla liberazione della sola propria sofferenza invece di mirare a quella di tutti gli esseri senzienti[16].

Questi monaci mahāyāna corrisponderebbero a degli asceti della foresta tesi a tornare allo spirito buddhista primitivo:

« Una certa spinta ai primi sviluppi del Mahāyāna venne dai monaci dimoranti nella foresta. Lungi dall'essere il prodotto di un movimento urbano, laico e devozionale, molti sūtra mahāyāna rivelano un radicale tentativo ascetico di ritornare all'ispirazione originaria del buddhismo: la ricerca della buddhità o della conoscenza risvegliata »
(Paul Harrison.Searching for the origins of the Mahāyāna : what are we looking for? In Eastern Buddhist. 1995, XXVIII, 1, 65)

Il fatto che i primi mahāyānisti fossero dei monaci asceti delle foreste spiegherebbe, secondo Harrison, la scarsità di testimonianze archeologiche nei loro confronti.

La tesi di un Mahāyāna fondato da monaci conservatori e asceti delle foreste sarebbe dimostrata, secondo Gregory Schopen[17], anche dall'analisi di un sūtra mahāyāna molto antico, il Maitreyamahāsiṃhanāda (Ruggito del Leone di Maitreya), risalente al I secolo d.C. dove viene raccomandata l'ascesi monastica nelle foreste, la svalutazione della vita laicale e la denigrazione dell'adorazione degli stūpa.

Anche l'origine geografica del "movimento" mahāyānista è stata a lungo dibattuta tra gli studiosi.

Così Luis O. Gòmez[18]:

« Discordanti sono le opinioni degli studiosi occidentali riguardo all'epoca e alla collocazione geografica delle origini del Mahāyāna. Alcuni propendono per una origine antica, intorno agli inizi dell'era volgare, tra le comunità dei Mahāsāṃghikā della regione sud-orientale dell'Andhra. Altri propongono un'origine nordoccidentale, tra i sarvāstivādin, tra il II e il III secolo d.C. Ma forse è più verosimile, per la formazione del Mahāyāna, pensare a un processo graduale e complesso, sviluppatosi in varie regioni dell'India »

Mario Piantelli[19] evidenzia come

« Vi sono due distinti focolai di cui abbiamo notizia: le scuole degli andhaka fiorite attorno ad Amarāvati, presso una delle quali (i pūrvaśaila) sembra fosse conservato un testo dei Prajñāpāramitāsūtra ancora in pracrito, e l'ambiente ricco di fermenti dei sarvāstivādin dell'India di Nord-Ovest; importanti carovanieri congiungevano queste regioni e una continua migrazione di "bhikṣu" e di idee può aver avuto luogo nei due sensi: non è un caso che la presenza di una comunità del Mahāyāna sia segnalata un po' dappertutto lungo tali itinera: Kapiśa (l'attuale Kabul), Takṣaśila, Jalaṃdara (l'attuale Lahore), Kankyākubja, Mathurā... »

Secondo Icilio Vecchiotti[20] il progressivo sviluppo dottrinale del Mahāyāna è causa di una graduale migrazione del Buddhismo stesso verso dottrine idealistiche:

« La pluralità delle dottrine e la pluralità dei Buddha si ambientano proprio in questa dinamica, costituendo l'espressione di una pluralità di forme, che si avviano ad essere in modo sempre più esplicito forme della coscienza, cosa che le viene a togliere da qualsiasi problema di tipo sostanzialistico, da questo atteggiamento esplicito-implicito nasce la drammatica problematicità dei sūtrāṇi del Grande Veicolo.
Non c'è alcun dubbio che nel progresso dei tempi si venisse a determinare tutta una serie di discrepanze dottrinali, nel senso che le nuove dottrine, in uno sviluppo che non sempre fu lineare, venivano a contenere apoftegmi che non sarebbero potuti appartenere al Buddhismo primitivo: se si guarda agli estremi della linea derivata il Buddhismo delle origini non è idealistico, o almeno tale non si può definire, mentre tale senza dubbio è il punto d'arrivo del Buddhismo stesso. »

Il corpus dottrinale Mahāyāna è oggi raccolto nel Canone cinese (大藏經 Dàzàng jīng) e nel Canone tibetano (nel Kanjur e nel Tanjur), così denominati in base alle lingue con cui questa letteratura viene riportata. Conserviamo comunque diverse opere Mahāyāna, integrali, anche in sanscrito ibrido e in khotanese nonché numerosi frammenti in altre lingue spesso rinvenuti lungo le oasi della Via della Seta.

Secondo la tradizione Mahāyāna molti di questi sūtra furono predicati dallo stesso Buddha Śākyamuni, Luis O Gòmez[21] evidenzia tuttavia come siano le stesse tradizioni mahāyāna a smentire questo dato storico quando sostengono che questi sūtra furono trasmessi dal Buddha solo a dei bodhisattva e a degli "esseri celesti" che li nascosero per alcuni secoli nelle profondità della terra o degli oceani per farli riemerge nei primi secoli della nostra Era.

La tradizione Mahāyāna sarebbe comunque originata dalla messa per iscritto della sua prima letteratura (I secolo a.C.), e quindi dalla sua diffusione lungo i monasteri buddhisti indiani; secondo Tilmann Vetter[22] vi sarebbero tuttavia prove evidenti di una precedente trasmissione orale del più antico materiale Mahāyāna.

La più antica letteratura Mahāyāna ad oggi conservata appartiene al ciclo dei Prajñāpāramitāsūtra. Successivamente tale letteratura si espande e si diffonde, raggiungengo oltre le mille opere che si propagano lungo l'Asia centrale e l'Estremo Oriente, giungendo, a partire dallo scorso secolo, in Occidente.

Il "ciclo" dei Prajñāpāramitāsūtra[modifica | modifica wikitesto]





Alcuni versi dell'Aṣṭasāhasrikāprajñāpāramitā (Sutra della Perfezione della Conoscenza in ottomila versi) riportato su tre foglie di palma (XI secolo) conservati presso il Brooklyn Museum di New York.




Una copia del Sutra del Loto giapponese attribuita al principe giapponese Shōtoku (573–621)




Copia della versione cinese dell'Avataṃsakasūtra risalente alla Dinastia Xia occidentale.




Manoscritto del Laṅkāvatārasūtra in caratteri cinesi rinvenuto nelle Grotte di Mogao nei pressi di Dunhuang.




Manoscritto del Mahāyāna Mahāparinirvāṇasūtra risalente al VI secolo d.C. rinvenuto a Dunhuang.
Mario Piantelli[23] riporta l'opinione di numerosi studiosi per cui l'Āryaprajñāpāramitāratnaguṇasañcayagāthā (Strofe del cumulo di pregi [che sono] le gemme della Nobile Perfezione della Conoscenza) giunta a noi in sanscrito ibrido, raccolta nel Canone tibetano e risalente al I secolo a.C., sarebbe il testo più antico di questa letteratura ad oggi disponibile.

Da questo primo testo originerebbe il successivo Aṣṭasāhasrikāprajñāpāramitā (Sutra della Perfezione della Conoscenza in ottomila versi) giunto fino a noi in alcune versioni sanscrite e cinesi. In cinese la prima traduzione di questo sūtra è in dieci fascicoli e risale al 172 d.C. per opera di Lokakṣema con il titolo 道行般若經 (Dàoxíngbōrějīng conservato nel Canone cinese al T.D. 179)[24]. Di poco successivo il Pañcaviṃśatisāhasrikāprajñāpāramitāsūtra (Sutra perfezione della saggezza in venticinquemila versi) tradotto nella lingua cinese nel 286 da Dharmarakṣa con il titolo 光讚般若波羅蜜經 (Guāngzànbōrěbōluómìjīng e conservato al T.D. 222).

A seguire gli altri Prajñāpāramitāsūtra, tra i quali ricordiamo:
Il Śatasāhasrikāprajñā-pāramitāsūtra (Sutra della perfezione della saggezza in centomila stanze).
L'Aṣṭādaśa-sāhasrikā-prajñā-pāramitāsūtra (Sutra della perfezione della saggezza in diciottomila stanze).
Il Daśa-sāhasrikā-prajñā-pāramitāsūtra (Sutra della perfezione della saggezza in diecimila stanze).
Il Prajñāpāramitā ratnaguṇasaṃcayagāthā (Sutra condensato della perfezione della saggezza).
Il Saptaśatika- prajñā-pāramitāsūtra (Sutra della perfezione di saggezza in settecento righe).
Il Pañcaśatika- prajñā-pāramitāsūtra (Sutra della perfezione di saggezza in cinquecento righe).
Il Prajnaparamita- arasadhika- sutra (Sutra della perfezione di saggezza in cinquanta righe).
Il Prajñāpāramitā-naya-śatapañcaśatikā (Sutra della perfezione di saggezza in centocinquanta metodi).
Il Pañcaviṃśatika- prajñāpāramitā-mukha (Venticinque porte della perfezione della saggezza).
Lo Svalpākṣara-prajñāparamitā (La perfezione della saggezza in poche parole).
L'Eka ksarimatanama sarva-tathāgata prajñāpāramitā (La perfezione della saggezza in una lettera madre dei Tathagata).
Il Kauśika prajñāpāramitā (La perfezione della saggezza per Kausika).
Il Suvikrāntavikrāmi-paripṛcchā-prajñāpāramitā-sūtra (Le domande di Suvrikantavikramin).
Il Vajracchedika prajñāpāramitā sūtra (Il Sutra del Diamante che recide).
Il Prajñāpāramitā Hṛdaya sūtra (Il Sutra del Cuore della perfezione di saggezza).

L'autore o gli autori dei primi Prajñāpāramitā sūtra sono, a detta di Paul Williams[25], dei dharmabhāṇaka (predicatori del Dharma) piuttosto che degli esegeti. Essi ripetono costantemente, in questa letteratura religiosa, tre precisi messaggi:
La perfezione (Pāramitā) più elevata è la prajña (saggezza o conoscenza non mondana);
Il contenuto della prajña è la vacuità (Śūnyatā);
Il contesto realizzativo di tutto ciò è il sentiero del Bodhisattva (Bodhisattvayāna) ovvero quello intrapreso dal praticante buddhista che non mira alla salvezza personale raggiungendo lo stato di arhat, bensì alla salvezza di tutti gli esseri senzienti e quindi alla stessa buddhità.

Il Sutra del Loto (Saddharmapuṇḍarīkasūtra)[modifica | modifica wikitesto]

Composto nella sua forma definitiva tra il I secolo e il II d.C., il Sutra del Loto contiene alcune parti che si possono forse far risalire a poco prima dell'inizio della nostra Era. Tradotto in più lingue questo sutra è stato diffuso lungo l'Asia centrale e l'Estremo Oriente divenendo in molti luoghi il sutra buddhista di riferimento per quelle comunità religiose. Esso si compone di un insieme di racconti fantastici o sovrannaturali aventi lo scopo di 'rivelare' al suo lettore una diversa interpretazione del mondo[26]. In questo sutra il Buddha Śākyamuni presenta il Buddhaekayāna (il veicolo unico del Buddha) in cui verrebbero riassunti tutte le altre 'vie' buddhiste compresa quella dello Śrāvakayāna (o Hinayāna). Il Dharma profondo è espresso dal Buddha non con l'esposizione della dottrina delle Quattro nobili verità (catvāri-ārya-satyāni) ma con quella della Tathātā ovvero della Realtà per come essa è[27]. In questo sutra tutti i buddha dei diversi mondi e universi vengono ad omaggiare con i loro bodhisattva il Buddha Śākyamuni, il buddha della terra di sahā, la nostra terra, come ad indicare la centralità della vita quotidiana per il praticante buddhista che non dovrebbe rivolgersi ad altri buddha cosmici. Infine il Buddha Śākyamuni afferma di essere il Buddha eterno, ovvero di non essere mai entrato nel parinirvāṇa (estinzione definitiva) e di aver conseguito la bodhi da tempo immemorabile. In questo il sutra vuole indicare che il buddha stesso è "incarnato" nel Dharma (così come il Dharma si "incarna" nel Buddha) e nelle pratiche bodhisattviche.

L'Avataṃsakasūtra (Il Sutra della Ghirlanda fiorita)[modifica | modifica wikitesto]

L'Avataṃsakasūtra (il suo titolo completo è Buddhâvataṃsakamahāvaipulyasūtra) è una collezione di sutra che sono stati raccolti e collegati tra loro sotto questo titolo intorno al IV-V secolo d.C. La dottrina qui esposta, soprattutto nel Gaṇḍavyūhasūtra[28] che ne rappresenta l'ultimo capitolo, è la descrizione del mondo visto dai buddha e dai bodhisattva avanzati (āryabodhisattva). Un mondo quindi fondato sulla visione della Realtà percepita da un profondo stato meditativo. Il mondo dei buddha viene indicato con il termine dharmadhātu (Regno della Realtà assoluta) esso si sovrappone a quello umano indicato come lokadhātu (Regno mondano). Nel dharmadhātu la Realtà esprime la sua vacuità (śūnyatā) e la totale compenetrazione tra tutti i fenomeni che lo compongono. I buddha agiscono nel lokadhātu affinché gli essere lì relegati possano percepire il dharmadhātu e quindi raggiungere la bodhi.
Un altro capitolo importante dell'Avataṃsakasūtra è il Daśabhūmikasūtra (Sutra delle dieci terre), il principale sūtra mahāyāna che enuncia la dottrina delle bhūmi mediante le quali il bodhisattva può procedere per realizzare il pieno risveglio, indicando nella bodhicitta (Mente del Risveglio, ovvero l'aspirazione ad ottenere il Risveglio) il primo passo per entrarvi.

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Re: IL RISVEGLIO DELL’ EROE

Messaggio Da Eroe per Caso il 8/19/2016, 06:21

Dopo aver riportato alcuni sunti sul Mahayana, per dovere verso stolti e ignoranti che passeran si qua a leggere senza capire niente, il riassunto è semplice: costoro, facendo fede su parole "trasformate del Canone Cinese estrapolato alla cinese - taoista" insorge verso il Canone classico e i più antichu dettami del Buddha Gotama, affermando e imponendo (in tempi successivi e più recenti e vicini ai nostri) che:

- Kama e Mara, rispettivamente EROS, divino e umano ( e si anche gli dei lo fanno.. in barba ai cattolici e ai suoi preti pedofili) e EGO MALIGNO (l'ego è sempre egoismo e fonte di iniziale appagamento e poi.. disastri su disastri ..), entrambi in un Dio solo e duale di aspetto (Amore e Odio, Vita astrale e Morte astrale dell'anima mente .. in pratica) SONO IL VERO DIO E IL VERO BRAHMAN .. = la cazzata e il paradosso più bestiale icon_rof

- Il Bodhisattva, ovvero colui che rinuncia al Nirvana e continua a reincarnarsi per aiutare gli altri ... è veramente il massimo della Santità e dell'Illuminazione = altra cazzata bestiale e improponibile
E che quindi "questo prete, asceta, brava persona" è migliore di chiunque e persino di Un Buddha e di un Tatjagata e di un Arahant ..e poi chissà di chi e che cosa... = assurdità all'ennesima potenza.

- Un Tathaghata invece è solo un Buddha Egoista che pensa solo a se stesso e vuole raggiungere il Nirvana al più presto, senza aiutare nessuno = assolutamente falso.

E' vero invece che il più alto tra i Bodhisattva esistente, e cioè lo stesso Ksitigarbha (che è il buddha grassottello cinese che l'oriente ci propone da secoli e secoli .. al posto del Buddha Vero Indiano che è Gotama, che è longilineo e alto 2 metri .. e cosi era anche in fisico e in vita qui da noi), insomma anche il più elevato dei Santi che aiutano l'umanità, in realtà, hanno ancora un sottilissimo attaccamento alla vita materiale.
Con questo non critico la loro azione, ben chiaro, fanno un lavoro enorme, stimabile, che dà a loro un numero di Meriti Spirituali .. enorme.
Ma malgrado ciò in loro ..vi è ancora ignoranza sottile e sottile "sete e brama di esistenza nel campo materiale e del Samsara".
Infatti aiutano .. in fin dei conti "altri che altro non sono che Singoli Attori inesistenti che vagano in un sogno altrettanto inesistente come loro stessi".

Quindi un Santo o un Gesu Cristo (traduco cosi il significato di Bodhisattva in termini comprensibili anche per il bigotto cristiano, cattolico, muslim, induista, ecc.) in realtà, rispetto a un Tathagata e a un Buddha Realizzato .. sono inferiori di capacità e di obbiettivi, e sono ancora illusi e impregnati di sottilissima e pervasiva ILLUSIONE KARMICA.

Quindi facciamo attenzione su questi: perché moltisismi grandi maestri ..sono caduti in questo "tragico trappolone mentale e illusorio" .. e lo hanno insegnato ad altri (facendo altri danni) e rinnegando cosi LA VERITA ASSOLUTA detta da Gautama, Shankara, Govinda, Krishna, Dattatreya.

E' una sottigliezza importante, e finire come Babaj ad adorare MARA .. la dice lunga sui rischi di queste vie contestatorie, separatorie e mistificatorie.
Aiutare gli altri è giusto, ok, ma non è un obbligo e, alla fine, non serve, anzi in alcuni casi distrugge chi aiuta, quindi ha esiti lesivi e negativi.

Non far del male perché è sbagliato, non far del bene perché è sprecato potrebbe essere la traduzione del mistero, nuda e cruda come è in verità Assoluta.
Lo sò, dura digerire, dura da non cadere nell'egoismo da una parte e dall'aiutare l'altro a nostro danno .. dall'altra parte.

Per questo serve molto equilibrio, non aiutare nessuno è sbagliato, ma anche dare aiuto a chi non lo merita è azione stupida: che si arrangi, si dia una mossa da solo.

E quelli che fanno finta di volersi emancipare nella Buddità ma sono dei perditempo, dei cazzari o dei meri curiosi e personaggi negativi.. beh .. questi tipi vanno lasciati tal quali nella loro oscura fogna.
Cresceranno quando saranno a terra in ginocchio e la curiosità superficiale non gli avrà sortito alcun vantaggio e positività .. e saranno in mezzo da problemi gravissimi e molto dolorosi; a quel tempo anche loro ..si svegliano icon_rof





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NON ESISTE ALCUN EGOISMO CHE POSSA DIRSI SANO

Messaggio Da Eroe per Caso il 8/19/2016, 06:33

Difficilmente, tuttavia, questa società sa distinguere il sano egoismo: quello che ci porta alla scoperta di noi stessi, alla capacità di amarci e salvaguardarci, dall’egoismo malato: che invece sorge solo e sempre per soddisfare bisogni di prevaricazione.
Suspect

http://www.fisicaquantistica.it/esoterismo/io-eroe-archetipo

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Re: IL RISVEGLIO DELL’ EROE

Messaggio Da Eroe per Caso il 8/19/2016, 06:36

Solo essendo così egoisti da dedicarci all’amore per noi stessi; alla ricerca di noi stessi; alla nostra scoperta e alla nostra realizzazione, potremo trovare la strada che ci porterà all’autentico altruismo.

ALTRO CONCETTO ASSOLUTAMENTE ASSURDO E PARADOSSALE

La ricerca di Sé stessi è NATURA VERA e non egoismo, in nessuna forma è pensabile, nemmeno che sia egoismo sano o di salvaguardia.. E' SOLO LA COSA PIU' GIUSTA DA FARE.. punto.

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